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Il feticismo, seconda parte
di Sadsong
inserito da Sadsong - 27/07/2010 - Letto 2357 volte.
Avevo lasciato, ormai parecchi mesi fa, l’analisi sul feticismo alle soglie di quello che noi oggi intendiamo come feticismo all’interno del mondo BDSM. Credo ora che, se si vuole davvero entrare nello specifico si debba, per forza, ridurre il campo di molto, relativamente a quelli che possono essere definiti come fenomeni feticistici, e, nello stesso tempo, convogliarlo in un altro termine, oggi tanto di moda, dalla capacità semantica sicuramente più ampia, ma molto più ambigua: il fetish.
 Quindi due operazioni, una di restringimento dell’analisi e una di incanalamento dentro un fenomeno che oggi sembra coprire molte espressioni del linguaggio e della fisicità della presenza. Innanzitutto il feticismo può essere “confuso” con il fetish? La comparazione è rischiosa, perché fetish è una parola che appartiene ad un ambito diverso da quello del feticismo, fetish non ha storia, però ha memoria (il vintage ad esempio, la moda, cronostorie soggettive che per comunicare puntano più alla memoria che alla storia), il feticismo è pura espressione di desiderio che tende a collocarsi, proprio per sua essenza, fuori dalla storia, di cui però il termine si fa carico nel suo essere parola. E anche il feticismo ha una sua memoria (nel precedente articolo parlavo della madeleine di Proust), che però, a differenza di quella del fetish, si percorre ciclicamente alla ricerca di un inizio perduto con la prima coscienza dell’io. Il fetish è il fenomeno, che si consuma nell’arco di una memoria mediatica o mediata, che si dimentica dell’attimo prima per cercare di superare l’attimo dopo, il feticismo è il suo soffio vitale, la sua memoria interna, per dirla in termini informatici, una memoria continuamente alla ricerca di sé stessa e ciclica.
 
 E’ comunque ovvio che in un articolo non si può parlare di fetish e di feticismo in maniera esaustiva e seria, quindi fatta questa premessa iniziale prenderò, trattandolo come anima del fetish, quindi come suo rispecchiamento interno, il feticismo del maschio e quindi la coppia schiavo-padrona, immortalata da Von Masoch. Questo perché storicamente è dato, descritto, e perché in qualche modo è il modello che meglio spiega certi meccanismi (che con le dovute cautele possono comunque essere applicati anche ad altri casi) senza dover per forza indagare un feticismo femminile, un feticismo transex (che sarebbe molto interessante), un feticismo gay, ecc., questo solo per semplici questioni di tempo.
 
Lasciamo perdere le pur valide ancora oggi definizioni di Freud, del feticcio sostituto del pene mancante della donna, che potete trovare nel primo dei tre saggi sulla sessualità, quello intitolato “le aberrazioni sessuali”, dove al di là del timore che incute il titolo si trova una definizione di feticismo molto meno “moralista” di certe attuali riformulazioni fatte dalla psicologia e dalla psichiatrica moderna (a chi interessa si veda l’articolo di Pietrantoni L. su Rivista di sessuologia, vol 30, n. 1 anno 2006, dove viene citato anche Ayzad a proposito della differenza tra bdsm e sm, Pietrantoni che nonostante lo snocciolare statistiche a piena mani non mi sembra aggiunga molto al concetto di feticismo, se non ridurlo ad un processo quasi meccanico inquadrato in tempi, quasi da motore a scoppio, tassonomie varie, ma privo di profondità, almeno per quello che mi riguarda).
 
Partirei invece dal “mio” solito Gilles Deleuze il quale afferma:
 
         Il feticcio non sarebbe dunque un simbolo, ma come una scena fissa e congelata, un’immagine arrestata, una fotografia alla quale si ritornerebbe (ciclicità del feticcio di cui sopra) sempre per scongiurare le conseguenze sgradevoli del movimento […] Rappresenterebbe l’ultimo istante in cui si poteva ancora credere (nel pene della donna, Freud). In questo senso il feticismo appare innanzi tutto come un disconoscimento (no la donna non manca di pene, nel testo); in secondo luogo come una neutralizzazione difensiva (la situazione reale non viene negata, come in De Sade, ma viene sospesa, neutralizzata); in terzo luogo come una neutralizzazione protettiva, idealizzante (credere nel fallo femminile neutralizza il reale o lo sospende).
 
Continua Deleuze affermando come il feticismo non possa che appartenere principalmente al masochismo e solo in maniera secondaria al sadismo:
 
         Al contrario non si ha masochismo senza feticismo in senso proprio. Il modo in cui Masoch definisce il suo idealismo o “sovra sensualismo” (e a proposito di questo posso ricordare il sensualismo masochistico, già trattato in un mio precedente articolo su legami, relativo ad A. do Campos, eteronimo di Ferdinando Pessoa, il celebre poeta portoghese) sembra a prima vista banale: non si tratta, egli dice nella Donna Divorziata di credere ad un mondo perfetto, ma al contrario di “munirsi di ali” e di fuggire questo mondo nel sogno. Non si tratta di negare il mondo o di distruggerlo, ma nemmeno di idealizzarlo; si tratta di disconoscerlo, di sospenderlo disconoscendolo, per aprirsi a un ideale anch’esso sospeso nel fantasma. Si contesta il giusto fondamento del reale per far apparire un puro fondamento ideale: una simile operazione è perfettamente conforme allo spirito giuridico del masochismo.
 
E,  cosa fondamentale:
 
Ancor più, il processo di disconoscimento masochista si spinge così lontano da giungere al piacere sessuale in quanto tale: ritardato all’estremo, il piacere è colpito da un disconoscimento che permette al masochista, nel momento stesso in cui lo prova, di disconoscerne la realtà per identificarsi egli stesso con “l’uomo nuovo privo di sessualità”.[1]
 
E’ evidente la matrice freudiana dalla quale parte Deleuze per reinterpretare il feticismo, al quale però non sfugge la potenziale carica eversiva del masochismo stesso, come contestazione del potere reale, tuttavia l’analisi di Deleuze, come già feci notare in un altro articolo si avvicina all’ipotesi dell’Amor Passione di Rougemont (si veda il mio articolo sull’argomento), dove il secondo desacralizza la passione “sacra” degli amanti, che altro non erano che una rappresentazione profana dell’eresia catara, facendo vedere però come si sono mantenuti, pur desacralizzati, i meccanismi dell’amore impossibile, impossibile perché eterno, eterno perché non possibile da consumare qua sulla terra, quindi necessariamente impossibile per diventare realmente eterno.
 
In Masoch, secondo Deleuze vi è sempre un tentativo di imbrigliare l’amore con l’eternità, ma questa volta senza idealizzarla, bensì sospendendola, differendola, allontanando l’attimo del soddisfacimento (che in Rougemont non è mai appagante, quando vi è, basta ricordare la passione di Tristano e Isotta che si consuma senza atto carnale, ma si cristallizza, come direbbe Stendhal, nella visione della spada che divide i due corpi nudi addormentati nel bosco).
Il punto focale quindi del feticismo sembra essere proprio una sorta di effetto ritardante del piacere, quando non addirittura negato (ma non è la negazione totalizzante che acceca De Sade). Se con questa lente noi osserviamo la marea di oggettistica che ci viene proposta nei siti a tema, dagli arnesi per il cbt, fino alle tute o abiti in latex o pelle per le mistress ci accorgiamo che l’intenzione del feticcio, dell’abito, dello stivale, della scarpa (molto presenti anche nell’opera di Masoch, si pensi al racconto “la pantofola”[2], la pelliccia della Venere, ecc.), è proprio quella di “ritardare” il piacere, qualsiasi piacere, da quello dell’orgasmo fino a quello della contemplazione della nudità dell’oggetto del desiderio (in questo caso la padrona).
 
La pelle, il latex stanno a significare impenetrabilità, sono corazze, estremamente sensuali perché modellate sul corpo della donna (e quindi creano desiderio), ma nello stesso tempo chiudono questo corpo al contatto della pelle con altra pelle (e così facendo aumentano il desiderio che si nutre della sua negazione, più una cosa si nega, più la si desidera), il piacere è ritardato, allungato in una sorta di attesa spasmodica, piacere che può esserci, ma può anche non esserci, tuttavia è costante e anzi progressivo il suo voler tendere ad esso.
 
Come si sarà notato ho tralasciato un altro feticismo, molto diffuso nel nostro “ambiente” quello che prende la cosa per il tutto, come il piede della donna ad esempio, altro caso di ritardo del piacere per il masochista (il quale non mi stancherò mai di ripeterlo non è uno che gode come matto tanto di più quante più ne busca). Ho tralasciato questo aspetto, che ritengo comunque importante, per i soliti motivi di spazio e di tempo e soprattutto perché interessato molto di più al feticcio “inorganico”, al suo sex appeal citando un altro grande lavoro di un filosofo italiano “il sex appeal dell’inorganico” di Mario Perniola, il quale dice al capitolo due del suo libro:
 
Sentirsi come cosa che sente vuol dire innanzitutto emanciparsi da una concezione strumentale dell’eccitazione sessuale che la considera naturalmente indirizzata verso il raggiungimento dell’orgasmo. […] Essa (il sentirsi cosa) emancipa la sessualità dalla natura e l’affida all’arificio, il quale ci apre un mondo in cui non hanno più importanza la differenza tra i sessi, la forma, l’apparenza sensibile, la bellezza, l’età, la razza.[3]
 
 
E siamo quindi entrati nel mondo dell’inorganico, dell’oggetto puro, sia quando si tratti di avere a che fare con il feticcio, sia in quanto a modo di sentire soggettivo, che così sentendo cessa di essere soggettivo per diventare cosa, la cosa che sente (che potremmo tranquillamente annoverarla tra le principali caratteristiche dell’universo masochistico)
 
Paradossalmente ci si avvicina di più a una sessualità neutra mediante l’astinenza che attraverso esperienza vitalistiche o spiritualistiche che spacciano per sessualità l’esuberanza animale o la sopraelevazione dell’anima: la sfrenatezza della prima e l’esaltazione della seconda portano a situazioni ora ridicole ora tragiche, ma in ogni caso lontane dall’impressione di esperienza-limite che accompagna l’offrire il proprio corpo come una veste estranea non al piacere o al desiderio altrui, ma a un’impersonale e insaziabile eccitazione speculativa che non si stanca di percorrerlo, di penetrarlo, di indossarlo, che entra, si insinua, si conficca in noi aprendoci verso una completa esteriorità nella quale tutto è superficie, pelle, stoffa.[…] La cosa che sente è simile semmai al denaro, alla moneta la quale assomma in se stessa i caratteri dell’anonimità e della disponibilità.[4]
 
Questa cosa che sente, compreso il suo riferimento marxiano alla teoria della merce come feticcio, sembra avvicinarsi molto a quello stato estatico a cui aspirano molti schiavi e schiave nel loro annullarsi per il padrone o la padrona (e non è quindi da vedere con superficialità).
Perniola nel suo libro si chiede: “Com’è possibile, per il pensiero masochistico, garantirsi che un rapporto sessuale straordinariamente soddisfacente possa ripetersi infinite volte con uguale soddisfazione?”  Secondo lo studioso questa anomalia si fonda sul concetto di orgasmomania, che lui chiama, molto emblematicamente orgasmolatria e che associa alla generale rassegnazione al riconoscimento della mutabilità e della precarietà di tutte le cose terrene. Tutte le strade portano a Roma, potremmo dire dopo queste parole, che davvero sembrano insinuarsi tra le analisi di Deleuze e di Rougemont relative ad un piacere impossibile, ad una felicità eterna negata in questo mondo (non possiamo dimenticare il costante parallelismo tra il linguaggio erotico e quello religioso).
 
Però sul masochismo il pensiero di Perniola diverge da quello di Deleuze, in quanto per il primo il masochismo non è altro che l’astuzia della soggettività che si da come cosa e che pretende di essere presa come cosa (il dominio dal basso lo chiameremo noi), il masochismo anticipa ciò di cui ha paura, la fine del piacere, quindi lo anticipa negandolo o ritardandolo pensando di neutralizzarlo (perché questa guerra al piacere? Perché l’appagamento porrebbe fine al desiderio stesso, quando invece lo si vuole eterizzare, come in Rougemont, ridardarlo il più possibile in Deleuze per sentirlo sempre di più, come infinitamente allungato, proprio perché mai completo), ma questo, prosegue Perniola non è ancora il sex appeal dell’inorganico. Profondamente radicato nella teoria marxiana e freudiana del feticcio, per Perniola il feticcio cessa di diventare simbolo per diventare finalmente la cosa che sente, sentire che però, naturalmente, esclude uno dei due partecipanti al gioco, in questo caso la padrona o il padrone:
 
Questo sostituto è un fallo senza qualità, senza determinazioni, è un fallo improprio, una cosa che eccita non per il suo simbolismo, né tanto meno perché rappresenta una qualche parte del corpo naturale, maschile o femminile, ma perché costituisce un’aggiunta, un’appendice non essenziale che trattiene in se stessa e quasi monopolizza tutto il sentire. Il feticista si eccita per il fatto di essere sentito da una cosa cui egli attribuisce il sentire della sua amante, la quale è perciò virtualmente esclusa dall’esperienza.[5]
 
 
Si può essere d’accordo o meno con Perniola, resta comunque un’aporia nel suo pensiero, che si rende evidente ad una lettura completa del suo libro, tutto il suo discorso sulla sessualità neutra regge ed entusiasma, fino ad un punto però, punto che sta proprio all’inizio, non si può eludere il fatto che la cosa che sente, a maggior ragione nel mondo virtuale-cosale descritto da Perniola, sente perché anche qualora si trovasse in una forma totale di annullamento, percepirebbe questo annullamento come tale, ovvero percepirebbe l’impossibilità di uscire dal cerchio della propria soggettività, se non sentisse tale annullamento allora il gioco non avrebbe senso, il sentire “come” (questo come è fondamentale) non avrebbe alcun senso. Il tacco offerto dalla mistress allo schiavo per essere leccato può significare molte cose, in primis, credo, la sua sottomissione, la sua umiliazione, il suo desiderio di darsi come oggetto, ma che tuttavia oggetto non è, soprattutto nell’universo masochistico (già è impossibile in quello sadiano, dove la negazione vorrebbe ridurre tutto a cose, ma si scontra, attraverso l’infinita ripetibilità dell’azione contro l’ultimo soggetto non cosificabile, Dio.) Nel suo offrire lo stivale da leccare la donna instaura una distanza, come con il suo abbigliamento, di fronte alla nudità della cosa-schiavo, sospende il piacere e prolunga il desiderio dello schiavo finché ne ha voglia, in questo è impossibile escludere dal gioco i due giocatori come cose. Vi è certamente un uso reciproco che gioca con il sentire neutro, che lo indossa, come direbbe Perniola, ma lo diventa solamente nello stesso modo in cui un attore moderno, grazie al suo essere vivente in questa epoca, diventa Amleto, si inventa, si fa rinascere come Amleto, tuttavia rimane un attore circondato da luci e dal recinto di un palcoscenico, questo è l’universo masochistico, e anche, mi azzardo a dirlo, quello del BDSM tout court.
 
 
Bibliografia minima:
 
Gilles Deleuze, Il freddo e il crudele, SE, Milano 1996;
Sigmund Freud, Opere vol I, Mondadori, Milano 2006;
Leopold von Sacher Masoch, L’amore crudele, Longanesi, Milano 1971;
___, Venere in pelliccia, ES, Milano  2004;
___, La madre di Dio, ES, Milano 2004;
Mario Perniola, Il sex appeal dell’inorganico, Einaudi, Torino 1994;
Luca Pietrantoni, Sadomasochismo e Feticismo, aspetti clinici e psicosociali in Rivista di sessuologia, vol 30, n. 1 anno 2006.
 
 


[1] Gilles Deleuze, Il Freddo e il Crudele, ES, Milano 1996, pp. 35-37
[2] In Leopold von Sacher Masoch, L’amore crudele, Longanesi, Milano 1971
[3] Mario Perniola, Il sex appeal dell’inorganico, Einadi, Milano 1994, pp. 4,5
[4] Op.Cit. pp. 15,16
[5] Op. Cit. pag. 78



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